THE BOYS IN THE BAND – Perfetti sconosciuti in salsa arcobaleno?


I film con ambientazione limitata mi piacciono molto. Si tratta di storie ambientate prevalentemente in un solo posto, come se fosse uno spettacolo teatrale.

Guarda caso, si tratta quasi sempre di adattamenti di piece teatrali, come “Carnage”.

Poi ci sta “Perfetti Sconosciuti” che è un caso a parte, ma onestamente spero venga portato sul palcoscenico, secondo me renderebbe molto.

Ryan Murphy se n’è appena uscito con un nuovo prodotto. Il noto produttore, regista e sceneggiatore di moltissime serie uscite di recente, come “American Horror Story”, “Ratched”, “Hollywood”, “Glee” e “The Politician”, ha prodotto anche un film: “The Boys in the Band”, adattamento dell’omonima opera teatrale, scritta da Mart Crowley nel 1968, portata di recente a Broadway.

Io, da perfetto scemo, ero convinto che avesse a che fare con il mondo della musica, visto il titolo.

Eppure…non è così. 🙂

Ancora non ho capito il significato del titolo, ma il film è davvero interessante e potrebbe occupare un posto importante nella cultura LGBT.


Un elemento rivoluzionario, già all’epoca dei primi spettacoli a teatro, è il cast di personaggi interamente gay.

In questo film, inoltre, anche tutti gli attori sono gay e sono proprio quelli che hanno calcato il palcoscenico di Broadway, nel 2018.

Sinceramente, sono davvero contento quando ci sono attori che si sono formati anche nel teatro, li reputo con una marcia in più, rispetto a chi ha fatto solo film o, molto peggio, fiction.


I protagonisti sono un gruppo di amici che si riunisce a festeggiare il compleanno di Harold (Zachary Quinto) a casa dell’eccentrico Michael (Jim Parsons).

Gli altri uomini che si riuniscono per festeggiare sono Donald (Matt Bomer), il “ragazzo” di Michael; l’effervescente Emory (Robin de Jesus); il pacato Bernard (Michael Benjamin Washington); Larry (Andrew Rannells) e Hank (Tuc Watkins).

A essi si aggiungono Alan (Brian Hutchison), un compagno di università di Michael, e Cowboy (Charlie Carver), uno spogliarellista/prostituto ingaggiato per la festa.

I personaggi sono molto particolari, a livello caratteriale.

Michael è veramente una pigna nel didietro: permaloso, acido, ipocrita. Insomma, un amico da tenersi stretti.

Povero Jim Parsons, è da quando ha fatto “The Big Bang Theory” che non gli danno un personaggio sano di mente. Complimenti per la sua grande professionalità e resistenza psicologica.

Il festeggiato Harold è perennemente fatto, sembra che si trovi fisicamente su un pianeta lontano anni luce dai suoi amici. Capire il suo linguaggio non è molto semplice…siamo sicuri non sia un marziano?

Gli altri amici sono molto vivaci, tra un Emory super vulcanico, uomini sobri come Hank e Bernard, un Larry provola e aperto e un Donald gentile, ma allo stesso tempo complessato.

Anzi, Donald meriterebbe il Premio Nobel per la Pace, visto che sopporta Michael senza battere ciglio.

Piccolo appunto per ogni direttore del casting: BASTA INGAGGIARE MATT BOMER, LUI È LA CAUSA PRINCIPALE DEI TANTI COMPLESSI DI INFERIORITÀ IN NOI MASCHI NON BELLI.

Scherzavo, più Matt Bomer per tutti.

Alan è quel tipico uomo composto, ma pieno di facciate e lati oscuri, perfetto da smascherare e provocare durante una festa di soli omosessuali.

Poi c’è Cowboy, un pollo imbranato che parla sempre nel momento sbagliato.

Sì, il cast è davvero particolare e tosto da sopportare senza volerne insultare alcuni.

Ultimamente sto avendo modo di vedere molte cose con persone adulte, non adolescenti, come protagonisti. Mi sta piacendo molto perché riesco a vedere la storia da diversi punti di vista, senza rischiare di scadere nella banalità.


La storia è molto semplice: un gruppo di amici si riunisce per festeggiare, in preda ad alcool, gossip e scherzi, il compleanno di uno di loro.

Ovviamente, l’atmosfera perfetta è destinata a venire guastata sin da subito per una serie di imprevisti, come un ospite “imbucato”, il festeggiato in ritardo e mooolti rancori covati da alcuni degli uomini.

Inutile dire che ci saranno tanti drama, confessioni e litigi, visto che verranno anche coinvolti alcool e un gioco molto cattivo.

Come finirà la serata? In tragedia o a tarallucci e vino?

Devo dire che sotto molti aspetti (confessioni, segreti, tradimenti, location limitata), questa storia mi ha ricordato molto “Perfetti Sconosciuti”, ma in salsa arcobaleno e ambientato alcuni decenni prima.

Non l’ho trovata una brutta cosa.

Il mood del film è prevalentemente drammatico, soprattutto quando comincia il gioco. Ogni tanto ci sono momenti simpatici grazie alla follia di Emory e alle uscite senza senso di Harold, ma poi si ritorna a provare ansia e disagio a causa del veleno tra gli amici.

Importante è la tematica LGBT: possiamo vedere come gli omosessuali vivevano all’epoca, visto che l’omosessualità era ancora molto criticata e incompresa.


I dialoghi sono coinvolgenti, anche se alcuni discorsi sono un po’ particolari (soprattutto quelli di Harold). Quando gli amici si offendono scherzosamente, si raggiungono vette di trash sopraffino.

I personaggi sono interessanti, anche se leggermente stereotipati e alcuni di loro hanno molti spunti che non vengono sviluppati come meritano (come Donald).

La storia è semplice, lineare, con tutti i suoi imprevisti.


A livello di estetica, gli anni ’60-’70 si vedono molto bene, grazie all’abbigliamento dei personaggi, molto particolare e colorato, e ai capelli pieni di gel.

La casa di Michael è proprio come il suo proprietario: particolare, piena di roba artistica e confusione.

Colonna sonora piacevole, che ricorda l’epoca di ambientazione.


“The Boys in the Band” è strutturato in maniera molto interessante, quasi teatrale (ovviamente), ha dei personaggi abbastanza tosti, nonostante alcune sfumature poco sviluppate e la storia aiuta a comprendere più cose riguardo l’LGBT negli anni ’60-’70.

Nel bene o nel male, Ryan Murphy confeziona sempre dei prodotti degni di nota.

RedNerd Andrea

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